Il genio del Palladio e la comodità del bello
Si alzano nella campagna le bianche colonne, le nitide forme dei timpani si specchiano in lenti canali. Le barchesse ammorbidiscono con le loro linee curve la rigidità dei corpi centrali, le meridiane seguono il cammino del sole, segnando il troppo tempo trascorso e quello che tuttavia incalza.
Chi si incammina sulle tracce di Andrea Palladio e passa di villa in villa – da quelle amorosamente conservate e quelle dolorosamente abbandonate – si avventura in un percorso del pensiero piuttosto che in un itinerario architettonico. Lo spiega bene Vittorio Sgarbi in un passo del testo che accompagna il film di sua sorella Elisabetta sull’architetto padovano. Appena pubblicati, entrambi hanno come titolo Andrea Palladio. La luce della ragione (Rizzoli, dvd e libro, pagg. 167, euro 25): «Edifici che sembrano un pensiero architettonico piuttosto che opere compiute, che si impongono come l’elaborazione più completa del pensiero dell’uomo rispetto alla natura, chiaramente distinti dalla natura e dal paesaggio, eppure a esso legati da un rapporto indissolubile, così che anche la natura sembra pensata dall’architetto».
Si raggiunge, attraverso Palladio, il momento forse perfetto, dopo la fine del mondo classico, del connubio fra uomo e natura, dove l’architettura non prevarica la natura ma la informa di sé, la plasma secondo un’idea assoluta di armonia. Poi esploderà la sontuosa opulenza del barocco che trasformerà i giardini in quinte sfarzose per la grandezza del signore, del re.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=297937
“Meno conservatori e più opportunità”
di Massimo Colombo
«Conservatori? In Italia ne bastano cinque». No, non è una provocazione. Luigi Corbani, direttore generale e cofondatore dell’Orchestra Sinfonica «Giuseppe Verdi» – una compagine di giovani per i giovani – parla chiaro e basta. Ma attenzione: non spara nel mucchio, non è il tipo. Il suo tiro è sempre preciso, puntuale. Come il suo giudizio: documentato, mai avventato. Del resto, su come si muovono la cultura in generale e la musica cosiddetta «colta» in particolare, Corbani ne sa una più del diavolo. L’attrezzatura non gli manca: vicesindaco di Milano negli anni ’80, assessore alla Cultura della Lombardia negli anni ’90, Corbani è uno dei pochi personaggi su suolo italico a conoscere perfettamente le potenzialità di arte e cultura – quella vere – coniugate col «fattore economico». Del resto, il binomio art&culture-business, tanto praticato nel mondo anglosassone, viene sbandierato anche qui da noi, per essere subito riposto in soffitta.
Ho capito bene: solo cinque conservatori in tutto?
«Ha capito benissimo. Per avviare alla professione un musicista, ne bastano cinque in tutto il Paese. Nel senso che devi necessariamente creare una gerarchia di funzioni: cinque superscuole che formano all’attività concertistica, più varie scuole ai diversi livelli di formazione che qualifichino meglio e di più sia sotto il profilo artistico-professionale sia didattico.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=297035
Cesare Pavese e il tormento del «qualcos’altro»
Cent’anni fa nasceva, a Santo Stefano Belbo, Cesare Pavese. Morto a soli quarantadue anni, in una stanza dell’albergo «Roma» di Torino, Pavese è stato per molti anni il fantoccio di una cultura piccola e provinciale, che ne ha fatto l’emblema di una retorica non sua. Col risultato di rimanere, sostanzialmente, uno scrittore sconosciuto. C’è chi, in anni più vicini a noi, ne ha biasimato l’incertezza come costruttore di edifici narrativi, fino a proporre divisioni sospette tra lo «scrittore» (spesso incompiuto) e l’«uomo» – astrazione suprema di chi non sta capendo. Ma cent’anni possono essere utili: sia a dissipare, almeno in parte, la protervia di chi vuole imporre le proprie chiavi di lettura, sia a rimettere il lettore volonteroso davanti a una grandezza che non ha bisogno di essere dimostrata.Cesare Pavese è stato uno dei più grandi scrittori, non solo italiani, del Novecento. Lo è stato innanzitutto per la sua scrittura: non elegante, non ben fatta, spinta sul limite dell’assenza di stile, del grado zero. Pavese non usò la letteratura per creare mondi fittizi, ma per mettersi a nudo, per scavare dentro di sé in modo umile e obbediente, col badile. Se le biografie ufficiali degli anni plumbei (che precedettero quelli di piombo) ce lo disegnano compostamente, laicamente ritirato nella sua morte perfettamente orizzontale, la sua opera è tutta divorata da un’imminenza che fu l’ansia, il tormento del grande scrittore.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=291827
Giordana e la «Pioggia» di William Maugham
Per la rassegna «Libri in scena», stasera (ore 21), il Teatro di Verdura propone Andrea Giordana, impegnato nella lettura del racconto «Pioggia» di William Somerset Maugham. Un gioiello drammatico e sarcastico dove, nell’atmosfera esotica delle isole Samoa contaminata dai vizi capitali dell’Occidente, all’indomani della prima guerra mondiale, l’autore mette in scena il conflitto tra visioni del mondo, tra fanatismo e ragionevolezza, tra intolleranza e disincanto. Il vero protagonista è dunque uno sguardo intensamente umano, che osserva, analizza e indaga la realtà in tutte le sue pieghe. Un gioco narrativo raffinatissimo. Ingresso libero.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=291180