Partecipare attivamente ma senza partecipazionismo (I)
La solennità, nel succitato documento, è intesa come splendore dei riti per il concorso di una musica artisticamente elevata e per la bellezza di tutto ciò che concorre allo svolgimento di un azione rituale: ‘Essa (la musica sacra n.d.r.) concorre ad accrescere il decoro e lo splendore delle cerimonie ecclesistiche, e siccome suo ufficio principale è di rivestire con acconcia melodia il testo liturgico che viene proposto alla intelligenza dei fedeli, così il suo proprio fine è di aggiungere maggiore efficacia al testo medesimo, affinchè i fedeli con tale mezzo siano più facilmente eccitati alla devozione e meglio si dispongano ad accogliere in sé i frutti della grazia, che sono propri della celebrazione dei sacrosanti misteri’ (S.
Mi sembra importante però citare un passo che segna un’altra tappa nel percorso di avvicinamento alla riforma liturgica e ci chiarisce ancora di più il cammino verso la riscoperta di un diverso modo di solennizzare l’azione liturgica: ‘Sono, dunque, degni di lode coloro i quali, allo scopo di rendere più agevole e fruttuosa al popolo cristiano la partecipazione al Sacrificio Eucaristico, si sforzano di porre opportunamente tra le mani del popolo il ‘Messale Romano’, di modo che i fedeli, uniti insieme col sacerdote, preghino con lui con le sue stesse parole e con gli stessi sentimenti della Chiesa; e quelli che mirano a fare della Liturgia, anche esternamente, una azione sacra, alla quale comunichino di fatto tutti gli astanti.
Già quando definisce cosa è la musica sacra, possiamo avvertire un chiaro mutamento di prospettiva: ‘E infatti in ciò consiste la dignità e l’eccelsa finalità della musica sacra, che cioè per mezzo delle sue bellissime armonie e della sua magnificenza essa apporta decoro ed ornamento alle voci sia del sacerdote offerente sia del popolo cristiano che loda il Sommo Iddio, eleva i cuori dei fedeli a Dio per una sua intrinseca virtù, rende più vive e fervorose le preghiere liturgiche della comunità cristiana, perché Dio Uno e Trino da tutti possa essere lodato e invocato con più intensità ed efficacia’.
E ancora: ‘Essa adunque nulla può compiere di più alto e di più sublime dell’ufficio di accompagnare con la soavità dei suoni la voce del sacerdote che offre la vittima divina, di rispondere gioiosamente alle sue domande insieme al popolo che assiste al sacrificio, e di rendere più splendido con la sua arte tutto lo svolgimento del rito sacro’.
Fonte:
http://www.zenit.org/article-26127?l=italian
Giallo sull’atomica smarrita in Groenlandia
C’è dell’uranio, in Danimarca. E c’è anche del plutonio, in un punto imprecisato nascosto sotto i ghiacci di quella sconfinata distesa che chissà perché Erik il Rosso, mandato in esilio lassù dall’Islanda – almeno così ci dice la leggenda – decise di chiamare bizzarramente Groenland, ovvero Terra Verde. Cromaticamente non c’azzeccava niente, ma grazie all’immaginabile daltonismo di Erik, quella sarebbe diventata appunto l’odierna Groenlandia. Sia come sia, la notizia è che da quelle parti, non lontano dalla località di Thule, lo smisurato e gelido sarcofago racchiude il cuore nucleare e i mille altri pezzi di un ordigno atomico americano andato perduto in un incidente aereo verificatosi il 21 gennaio 1968, in piena Guerra fredda.La bomba, contrassegnata dal numero di serie 78252, viaggiava fortunatamente non armata insieme ad altre sue tre ‘sorelle’, a bordo di uno dei B52 che a far data dal 1960 avevano iniziato a volare quotidianamente su quel cucuzzolo gelato del mondo. Si chiamavano missioni Chrome Dome – calotta cromata – dal colore delle carlinghe degli aerei. A quel tempo il Pentagono temeva infatti che l’Orso sovietico volesse mettere una delle sue zampone sull’aerobase di Thule (nata come strategica stazione radar nei primi anni Cinquanta), un puntolino sperduto in mezzo al gelo. Sarebbe stato il preludio a un attacco nucleare da lanciare contro il Stati Uniti.E siccome anche allora prevenire era considerato meglio che curare, i B52 avevano cominciato ad alzarsi giorno e notte per mantenere sempre sospesa in aria quella metallica ‘calotta’ a protezione del libero mondo occidentale.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=305399
Dai linfomi oggi si può guarire
Oltre un milione di persone nel mondo convivono con un linfoma. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità questa patologia tumorale si pone al terzo posto nella classifica di quelli a più rapida crescita, superiore al 5% annuo, con una incidenza di 10-18 nuovi casi ogni 100mila abitanti. Ogni anno è diagnosticata a 16mila italiani. I linfomi si dividono in due categorie principali: quelli di Hodgkin (dal nome del medico che per primo lo individuò nel 1832) e quelli non Hodgkin (LNH) che rappresentano la categoria più comune e diffusa, ne esistono oltre trenta tipi.A Roma nell’Aula Magna dell’università degli studi La Sapienza, giovedì, con il supporto di Roche, il professor Franco Mandelli, presidente dell’AIL, in occasione della Giornata mondiale dedicata a questa malattia che negli ultimi cinquant’anni si è sviluppata in modo esponenziale, ha illustrato i grandi progressi compiuti nella cura. La causa del linfoma è tuttora sconosciuta, sono tumori maligni del sistema linfatico, parte di quello immunitario ed è una complessa rete di organi linfoidi costituita da vasi linfatici, linfonodi, midollo osseo, timo, milza, appendice, tonsille. Il sistema linfatico conduce un fluido detto linfa che trasporta in tutto il corpo sostanze nutritive e globuli bianchi detti linfociti con funzione di difesa contro agenti estranei all’organismo. Quando i linfociti si sviluppano in modo anormale o non muoiono quando dovrebbero (meccanismo di morte programmata o apoptosi), possono accumularsi nei linfonodi e dare così origine a dei tumori.
Fonte: http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=291861